Undici anni col Jonathan Livingston.

Oramai lo sapete già che il Jonathan Livingston, dopo averci accompagnato per più o meno 25.000 miglia, è salpato per altri mari e, più precisamente, è tornato a casa sua in Danimarca.

Vi chiederete sicuramente quello che ci stiamo chiedendo noi da poco più di tre mesi: cosa faremo? O meglio: cosa faremo da “grandi”?

Prima però, vorrei fare un “riassunto” e mettere su carta la nostra storia di questi anni in modo che rimanga un qualcosa di tangibile e non solo meri byte e pixel sparsi in un web sempre più affollato. Un riassunto come in una quarta di copertina di quella che è stata la nostra vita per i trascorsi undici anni. Più per noi, forse, giusto per mettere il punto ad un ciclo importante della nostra vita e per “andare a capo” .

Correva il 2010, a 48 anni ci trasferimmo in Sardegna dopo aver lasciato alle spalle una Milano oramai insopportabile per entrambi. Non avevamo nessun progetto, nessuna idea di come sarebbe stata la nostra nuova vita insieme e, men che meno, un passato da marinai. Non avevamo un lavoro, esaurito durante la crisi del 2009 e e ci guardavamo attorno, in attesa di qualcosa che avrebbe stuzzicato la nostra anima.

Decidemmo di buttare i nostri soldi per investire in un futuro più in sintonia col nostro modo di vedere la vita.

Comprammo una barca per viverci e per conoscere altri luoghi ed altre persone con una prospettiva diversa, con i ritmi dettati dal vento e dal mare dalle albe e dai tramonti.

Iniziammo per gradi per poi allargare i nostri orizzonti di navigazione, senza mai smettere di imparare e sempre con la consapevolezza che mai avremmo finito di apprendere.

Il Jonathan salpò con noi il 6 giugno 2011, da Trieste, o meglio, da San Giorgio di Nogaro e da li la nostra avventura si arricchirà continuamente di esperienza e indimenticabili ricordi.

Dalla Sardegna, Corsica ed Elba, facemmo poi rotta verso est fino in Turchia, veleggiando attraverso l’Egeo. Nel 2014, col rientro in Sardegna, concretizzammo il progetto di attraversare le Colonne d’Ercole per fare rotta a ovest.

Lo stretto di Gibilterra, le Canarie e infine raggiungemmo i Caraibi col soffio gentile degli alisei. E poi su, in America, tra i venti variabili del nord Atlantico fino a Baltimora. Era il 2017.

Indimenticabili le Navigazioni tra i fiumi della grande Chesapeake bay, gli ancoraggi a Charleston, sotto l’Accademia navale di Annapolis, la sosta a Cape Lookout prima di passare il famoso Capo Hatteras, l’arrivo in notturna a Virginia Beach proprio la notte del 4 luglio. Luoghi talmente ameni, soprattutto visti dalla barca che vorrei essere bravo come Steinbeck per poterli descrivere.

Dopo la salita, la discesa “ardita per ritornare ai tropici dove continuiamo ad esplorare luoghi e persone. Perché un conto è fare dieci o quindici giorni di vacanza ai Caraibi e un conto è doverci vivere e interagire. Ci sono isole dove hai vibrazioni positive e altre dove ti senti fuori luogo.

Gli anni si susseguono, ci spingiamo fino a Curacao, Antille Olandesi vicino al Venezuela e poi ritorniamo in quella manciata di isole che si chiamano “piccole Antille” dove, nel 2020, ci sorprende il CoVid. Ci reputiamo molto fortunati ad aver passato i periodi più bui di questa pandemia in rada a bordo del Jonathan. Penso che saremmo impazziti chiusi in un appartamento.

11 anni dopo, 2022, 60 anni tondi tondi:

Mentre stavamo rifinendo tutto un nuovo progetto per i due anni a venire che prevedeva il nostro rientro col Jonathan alle Azzorre con puntata in mediterraneo e poi di nuovo alle Canarie per proseguire fino a Dakar, Capo Verde e Brasile, un danese, terra nativa anche del Jonathan, in cerca proprio di un X-512 (ne furono costruite solo 17 tra il 1990 e il 1995), scova un nostro vecchio annuncio nelle profondità della rete, oramai dimenticato e fatto più per finta che per davvero. Contatta il broker che avevamo conosciuto in America nel 2017.

Inutile dire che mai decisione fu più sofferta. Abbiamo preso in considerazione tutti i pro e tutti i contro, cercato di accantonare tutta la parte emozionale, le gioie e i dolori, valutando il valutabile e anche il non valutabile…. insomma un bel casino.

Alla fine la ragione ha avuto il sopravvento e contiamo sul fatto di avere il tempo necessario per dedicarci a progetti futuri.

Onestamente ha giocato a favore anche la deriva sempre più turistica delle mete raggiungibili via mare che, oltretutto, diventano ogni anno più esigue vuoi per le situazioni sociopolitiche e vuoi per le scelte che vengono prese nei confronti dei naviganti sempre più numerosi. Abbiamo considerato anche la possibilità di raggiungere eventuali mete più estreme, più “fuori dal giro”, ma l’abbiamo scartata perché diventava soggettivamente troppo impegnativo a livello fisico, troppo al limite per quello che reputavamo le nostre capacità oltre che economicamente fuori budget.

Tornando all’inizio di questa pagina: cosa faremo da grandi? Bella domanda, ma ancora senza una risposta precisa, per il momento. Ci stiamo lavorando, ci vorranno un po’ di mesi per assorbire e metabolizzare. Già scrivere queste righe, dopo poco più di tre mesi, mi è costato parecchio. Questo blog, ovviamente, non verrà chiuso, ma riprenderà a raccontare il nostro nuovo cammino quando inizierà.

Un grazie a tutti quelli che ci hanno letto e hanno sognato insieme a noi.

“Altrettanto selvaggia e insaziabile è la voglia di viaggiare, quell’impulso a conoscere e fare esperienze, che nessuna conoscenza placa e nessuna esperienza soddisfa. E’ più forte di noi e di ogni catena e pretende sempre nuovi sacrifici a chi vi soggiace…. E, forse, questa nostra caccia e voluttà non sono né diverse né migliori di quelle del giocatore, dello speculatore, del Dongiovanni e dell’arrivista. Ma in considerazione dell’ora tarda della vita la nostra passione mi sembra più bella e più degna di talune altre. Quando la Terra ci chiamerà, quando a noi viandanti giungerà l’invito della via del ritorno e a noi instancabili giungerà l’invito dell’ultima sosta, la fine non sarà un congedo e una pavida resa, ma un assaggio riconoscente e avido della più profonda esperienza.

H.Hesse”