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Il sogno americano e i gamberi di Forrest Gump.

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In America, quella vera, ci siamo arrivati. Vi avevamo lasciato a Palm Beach, dopo quella bellissima navigazione che ci ha portato da Portorico sino in Florida.

Ci siamo fermati ben una settimana a West Palm Beach perché, volenti o nolenti, ha piovuto ininterrottamente a catinelle tutti i giorni 24 ore al giorno, tranne due o tre pause che ci hanno permesso una visita al quel poco nulla che c’è da vedere e per rimpinguare la cambusa, pausa questa non sufficiente dato che la stessa è arrivata a bordo fradicia. Una settimana di relax….

Palm Beach non vale la candela, almeno per noi, cito da Wikipedia: “Sorta nel 1871, è una rinomata stazione balneare sin dall’inizio del XX secoloPalm Beach è stata costituita come resort da Henry Flagler , un fondatore della Standard Oil, che rese accessibile dalla sua Florida East Coast Railway la costa atlantica. Il cuore di Palm Beach è costituito da due resort hotel di lusso di proprietà di Flagler, il Royal Poinciana Hotel ed il Breakers Hotel. West Palm Beach fu costruita lungo il Lake Worth come città di servizio, ma divenne la città principale a sua volta.

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Praticamente, oltre alla via e zona dei ristoranti e dei locali…non c’è nulla da vedere, in compenso livello molto alto: Porsche, Mercedes AMG e Range Rover, Corvette a profusione.

Molliamo l’ormeggio, il meno caro trovato da Miami a li e che avesse la profondità adeguata a noi. Ci ributtiamo in mare, questa volta con l’alta marea, e ci dirigiamo a nord dove, a poco meno di 400 miglia, ci infiliamo nell’Inlet che ci porta a Charleston. E qui la storia comincia a cambiare.

Charleston è divisa da due fiumi, l’Ashley River e il Cooper River, fiume nel quale ci avventuriamo sino ad ormeggiarci proprio al Cooper River Marina, un posto magico nel parco naturale del fiume ed ex base navale militare. Qui ce ne sono parecchie da cantieri a basi di manutenzione per i motori nucleari, e basi aereo navali.

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Siamo, a dispetto delle suddette, nel verde, nella pace (non quella dalle zanzare) e decisamente in un posto che è proprio un fiume…. eh si, prima volta per noi e grande effetto risalire per circa 8 miglia un fiume. Ci siamo preparati con le tabelle di marea e di corrente che qui non sono trascurabili, l’attenzione ai segnali laterali (qui vige il sistema IALA B) perché i fondali non ammettevano errori e il nostro pescaggio è decisamente limitante in queste circostanze.

Tutta una preparazione meticolosa per dover poi aspettare il marina che non aveva posto sino a mezzogiorno nonostante la nostra prenotazione, tre ore di attesa: sballato tutto, tre nodi e mezzo di corrente con marea calante e, massimo della fortuna, posto ormeggio risicatino all’inglese, tra un catamarano da 54 piedi (larghissimo) e un Amel con il primo a valle per cui abbiamo dovuto ormeggiare a favore di corrente… bel casino, soprattutto per chi la fa per lo prima volta. La pop

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pa del Jonathan non ne voleva sapere di starsene dove doveva e allargava sempre per causa corrente, effetto evolutivo dell’elica a favore insufficiente, abbrivio..anzi abbrivido… notevole.. come arrivare a 3 nodi e mezzo in banchina con spazio tra i due simile al parcheggio in centro durante l’ora dell’aperitivo… La larghezza del catamarano non mi permetteva di fare il contrario,  insomma, dopo tre tentativi, al quarto, passo rasente all’Amel come una remora in procinto di attaccarsi col pensiero in mente come un mantra “tanto sono assicurato” e, finalmente, diamo volta alle cime. Ci staremo una settimana, durante la quale ci facciamo un giretto con una macchina nell’interno lasciando la parte abitata sia del centro che degli altri comuni come Mount Pleasant per arrivare in mezzo al quasi nulla, foreste e poche case sparse.

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Charleston è molto carina. Il centro, visitabile a piedi, si trova nella penisola proprio in mezzo ai due fiumi ed è la parte turistica. Le case coloniali, rigorosamente in legno e colorate, soprattutto su Ranbow road, danno un fascino piacevole da profondo sud anche uscendo dalle vie di maggior turismo. Il mercato, assolutamente turistico (e caro) è il luogo dove si concentrano i ristoranti e i luoghi più frequentati alla sera. Il marketing ha suggellato ovunque il legame con il film Forrest Gump, Bubba e i suoi gamberi. 

Storicamente interessante perché qui è iniziata la guerra di secessione nel 1861.

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Lasciamo il Cooper marina, riscendiamo il fiume e ci mettiamo alla fonda proprio vicino a Fort Summer, dove furono appunto esplosi i primi colpi di cannone.. ma non sono qui per fare una lezione di storia…

Sia nel Cooper River che qui, sempre, ogni giorno, si vedono tanti delfini che, a volte, vengono a curiosare attorno a noi, girandosi sulla pancia per dare un occhiata a chi li guarda dall’alto, insieme ai pellicani che, con le loro piume spettinate, si tuffano senza tregua tutt’intorno a noi.

Ci fermiamo ancora una settimana in attesa del vento per risalire ancora e intanto ci godiamo dei tramonti e delle albe spettacolari anche se il tempo è sempre variabile e gli acquazzoni non mancano mai. Questo tipo di tempo, ci dicono, sarà il leitmotiv della nostra permanenza da queste parti e, soprattutto, quando saremo della Chesapeake Bay.

Quando lasciamo Charleston, i suoi fiumi e i suoi delfini, un poco ci spiace, ma una altro posto ameno ci attende: Cape Lookout.

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Una navigazione abbastanza pallosa. Il vento non si è attenuto alle promesse; dopo l’uscita in mare e un paio d’ore di patimento con mare contro, vento contro e pioggia, ci si mette in rotta, ma il vento va e viene costringendoci a fare a mezzo tra vele e motore e aquazzoni.

Cape Lookout si trova proprio all’inizio degli Outer Banks, dopo Cape Fear e prima di Cape Hatteras. Diciamo che è il punto dove inizia, in pratica, Cape Hatteras anche se si trova circa 70 miglia più avanti. Siamo vicini alla città di Beaufort (vi dice qualcosa il nome?)

Sugli Outer Banks, vicino alla citta di Kitty Hawk, più precisamente sul lungomare di Kill Devil Hills, ebbe luogo il primo volo del Flyer dei Fratelli Wright, il 17 dicembre 1903.

Lookout
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Riserva naturale, posto molto fascinoso, riparato dal mare (non dal vento) e ottimo punto di partenza per doppiare Hatteras. Purtroppo abbiamo il tender rimessato e nessuna voglia di approntarlo per quel poco che ci fermiamo e perché la parte bella da visitare a terra, causa fondali sempre troppo bassi per noi, si trova troppo lontana per il nostro motorino… pazienza.

Ora viene una delle parti impegnative: doppiare Hatteras ed arrivare nella Chesapeake Bay.

Bassi fondali, due secche che si estendono per circa 20 miglia dalla costa, una predisposizione evidente alle basse pressioni, piccole e bastarde che si formano a dispetto dei blasonati modelli matematici previsionali, fanno si che un certo timore lo incute.

Se poi si da un occhio alla carta nautica, o a google heart e si contano i relitti disseminati da Lookout fino dentro la Chesapeake Bay, tra navi militari, sommergibili e mercantili e imbarcazioni varie…insomma. Non nego di aver rivolto un pensiero a tutti quelli che ci hanno lasciato la vita mentre lo abbiamo doppiato.

Dopo una giornata passata a studiare il meteo instabile abbiamo tracciato una rotta che ci permetteva di sfruttare appieno la corrente del Golfo a favore in base alla direzione prevista del vento.

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Il buon margine di 4 ore è svanito una volta doppiato il capo quando il vento è ruotato a WNW calando sensibilmente in barba alle aspettative. Anche se è “finita” a motore, è stata una bellissima navigazione.

Arrivare in Chesapeake Bay, a Virginia Beach il 4 luglio, il giorno della indipendenza degli Stati uniti ha il suo perché: qui è stata combattuta proprio l’ultima battaglia che suggellò l’indipendenza americana. Siamo alla fonda appena dopo capo Henry, a Virginia Beach a goderci i fuochi d’artificio.

Capo Hatteras rientra oramai tra i nomi dei capi che abbiamo doppiato da Malea a Mataplan, da Carbonara a capo De Gata insieme a tutti gli altri, nulla di ché, ma nostro palmares personale.

Ora ci aspetta Chesapeake Bay.

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