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To be continued….


Mi alzo, comincia il mio ultimo turno di notte. Orione è già la fuori che mi aspetta e combatte la sua perenne guerra contro il Toro, mentre Monica e la luna stanno per andare a dormire. La caffettiera è pronta, faccio un rapido controllo: un punto nave, occhiata al barometro e una battuta radar a 32 miglia per vedere se ci sono nuvolaglie da evitare. Siamo nel canale di Sardegna a poco più di cento miglia dal porto di Cagliari che ci aspetta.

Mi riguardo il cielo, sono triste e contento nello stesso tempo, penso a questi mesi trascorsi: quante miglia, quanti porti, quante persone, da un lato sembra essere stato tutto così breve da poterli tenere in una sola mano, ma poi, quando la memoria scende nel dettaglio dei ricordi ecco che compaiono posti lontani, latitudini e longitudini che solo cinque anni fa non erano neanche nel barlume di una nostra pallidissima idea. Baie piene di tartarughe, isole e paesi così distanti dalle mie origini cittadine.

Un’ora è già trascorsa mentre sono perso nelle mie elucubrazioni, meglio fare un altro controllo, una bordatina alle vele e poi ancora col naso all’insù.


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Il vento da sud est che doveva accompagnarci per tutto il viaggio con una brezza dai 15 ai 20 nodi non si è visto per tutto il giorno. Salpati alle 6, un nord ovest insufficiente a gonfiare le vele del Jonathan si fa beffa delle previsioni e alla sera la sua indecisione diventa persino imbarazzante. Mentre noi sappiamo bene dove andare da quando siamo partiti, lui lo decide verso le undici di sera.


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Esco in pozzetto, l’anemometro ora segna un sud ovest stabile tra i 12 e i 17 nodi, peccato che se li gode solo lui lassù a 23 metri… prendo quello portatile e in pozzetto fatico a leggere sette nodi, se vogliamo arrivare con la luce il giorno dopo, dobbiamo chiedere un altro po’ di aiuto al motore.
Per le quattro ore successive riusciamo a tenere una media di 7 nodi e mezzo e il mare, che era un olio, col sorgere del sole è diventato molesto con onde di un metro e mezzo giusto al traverso, ma in realtà anche lui è confuso e pian piano comincia ad arrivare al lasco con nostra estrema soddisfazione.


Mentre il mare scorre veloce mi riguardo le foto scattate poche ore prima quando un branco di delfini è venuto a giocare sulla nostra prua e al delfino che è rimasto con me, mentre gli altri se ne andavano: un quarto d’ora con lui che, senza sforzo apparente, nuotava a sette, otto nodi di fianco al mascone del Jonathan ed io con la testa fuori dalla battagliola a meno di un metro da lui lo salutavo. Era diventato un gioco: lui si metteva su un fianco a guardarmi ed io agitavo la mano facendo ciao…poi un ultimo respiro e giù verso il fondo, sparendo nel blu. Mi sono sentito per un momento solo, invidiando quella sua leggerezza di corpo e di spirito e quella felicità che trasmetteva solo col fatto di esserci.

Arriviamo nel pomeriggio, stanchi più di testa che nel fisico, sappiamo che per ora è finita e che ci aspettano dei mesi a terra e non certo caldi come quelli passati. Non ci si lamenta, siamo in un posto bellissimo, magari qualche uscita la faremo ancora prima di togliere le vele e le manovre correnti che necessitano di una bella desalinizzata, ma il senso che aleggia è quello: fine del giro in giostra, per ora.


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Quest’anno non ho contato le miglia, le baie, le ore motore totali (tanto il tagliando lo si fa comunque), non ho contato né mari né le boline, siamo stati accorti, ma anche fortunati: nessuna burrasca e situazioni pericolose, più consapevoli, più ricchi di esperienza e più ricchi nello spirito, mai sazi e pronti a ripartire, per dove, non lo sappiamo ancora.

 

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