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Windward Islands – Un inverno nelle isole sopravento

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E’ tanto che non scrivo e tante piccole e grandi avventure si sono accumulate in questi mesi da quando siamo rientrati nel mar dei Caraibi dall’America del nord. Amici che ci sono venuti a trovare, isole che non avevamo mai visitato coi loro ritmi e i loro abitanti. Vento, burrasche, pioggia, sole e mare, foreste, cascate e tante barche colme di turisti come api impazzite in un campo di fiori.

Pian pianello ci siamo sempre spostati verso sud, verso la Colombia che oramai è a poche centinaia di miglia dall’isola di Curacao, Antille Olandesi, dove stiamo aspettando la finestra meteo per le ultime 490 miglia che ci restano. Le più impegnative, molto probabilmente.

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In Guadalupa ci siamo fermati sino alla fine di gennaio, gironzolando tra l’arcipelago di Les Saint, Marie Galante e le baie che l’anno scorso non visitammo. Da soli, con amici e con Rino Jack, che finalmente abbiamo conosciuto dopo tanto scriverci. Ospitare una bella persona, un navigante con tanta esperienza e un matto come lui è stato piacevolissimo e molto istruttivo. Rino ci ha accompagnato sino in Martinica che abbiamo eletta base primaria, visto la comodità dei collegamenti sino ad aprile. In quei mesi, veleggiando in su e in giù per le Grenadine, abbiamo avuto finalmente modo di vedere una parte di queste Piccole Antille, chiamate anche le isole Sopravento.

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Sapete bene che noi abbiamo parametri “leggermente” diversi nel giudicare i luoghi che visitiamo: diamo molta importanza alle persone, al tipo di vita più che ai pesci che nuotano sotto la barca, ma non vogliamo annoiarvi con una mera classifica che lascia il tempo che trova.

Diciamo solo che, dopo Guadalupe, due isole ci hanno veramente affascinato, ma molto. Una è St. Vincent e l’altra St. Lucia. Non abbiamo avuto modo di fermarci quanto avremmo voluto per via degli ospiti e i loro aerei, per le finestre meteo favorevoli e perché, anche se con parametri più “allargati“, anche noi abbiamo delle scadenze da rispettare e dalla Colombia il nostro aereo per l’Italia è già prenotato e la stagione degli uragani si avvicina, ma contiamo di fare un “ripasso” l’anno prossimo.

St.Vincent

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Un’Isola che graffia, una natura aspra, coltivazioni di marijuana, cacciatori di balene e nessuna rock star. Più o meno è questa la sensazione che ha prevalso quando abbiamo messo piede, pardon, ancora, a St.Vincent.

Un’Isola che non gode di un’ottima reputazione tra i profefssionisti che ci passano ogni dieci giorni davanti per portare i clienti avanti e indietro tra la Martinica e le Tobago Cays e neanche tra chi ciondola turisticamente da queste parti.

Nel 2016, in una baia famosa per essere stata il set dei primi film dei “Pirati dei Caraibi” – Wallilabou – viene ucciso un tedesco, per motivi di droga non pagata, ma, visto che stava in barca, come ogni informazione che dilaga con pochi controlli, l’Isola diviene “off limits” o quasi.

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Anche qui ti portano via il Dinghy, se non lo leghi, ti entrano in barca, a volte, ma, se si leggono i report sui Dinghy rubati e barche scassinate qui ai Caraibi, si rimane nella media che è sicuramente inferiore dei motorini e delle case svaligiate in una grande città.

Se invece hai la fortuna che ti presentino un “locale” che ti da una mano con le cime a terra, ti porta a spasso e persino viene a cena a bordo con la sua ragazza…allora.. “hai vinto” come suole dire il nostro amico Rino. Ringraziamo Carlo lai e alla sua più che decennale esperienza di vita e di vela da queste parti per le impagabili dritte e contatti, tra cui Alex, qui sull’isola.

Anche senza agganci particolari, la norma universale che vige è quella di mostrarsi sempre cortesi con i locali che vengono sottobordo a offrire frutta, pesce e “gangia”: comperare qualcosa (costa tutto poco) e rimbalzare con garbo gli altri con un “maybe later or tomorrow”.

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Devi avere tempo, non mordi e fuggi, devi avere il tempo di camminare, di parlare con la gente, di prendere il “pullman” collettivo per andare nella capitale Kingston a velocità folle con una ventina di persone a bordo dove ci sono sedili per dieci. Non è un’Isola che si “apre” da sola: è dura, aspra e meravigliosa. Non va bene per fa la classica “settimana in barca” dove devi vedere più isole possibile e ogni giorno ti sposti.

Ci siamo stati cinque giorni in totale, sia nella baia di Wallilabou che nella baia di Barrouallie, la baia del paese dove vive Alex, il nostro “contatto”. Veniamo invitati direttamente da lui a dar fondo li dove, di norma, i pescatori locali, non amano barche e turistame assortito.

Escono a pescare alla mattina e alla sera e, durante i mesi di maggio e giugno, escono a caccia di balene. Si, avete letto bene. A Bequia, l’isola appena sotto e St. Vincent, cacciano balene tuttora sin dal XIX secolo quando si arrivò una comunità di pescatori balenieri provenienti da New Bedford, negli Stati Uniti, che insegnarono ai pescatori locali la pesca alla balena e a costruire le barche adatte.

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Wallilabou, invece, come scrivevo famosa per il set della Disney, è un pietoso ritratto di quello che gli Studios avevano lasciato nella baia, purtroppo il disinteresse locale ha reso triste un luogo che poteva essere una miniera d’oro visto e considerato che, tuttora, rimane una meta sia da terra che dal mare.

Dopo aver provato l’ebbrezza del pulmino lanciato a velocità improbabile nei vari centri abitati e sulle tortuose strade dell’isola, decidiamo di chiedere ad Alex la possibilità di visitare una piantagione di marijuana visto che in Portorico visitammo una piantagione di caffè e a Guadalupe una di tabacco (una volta che arriveremo in Colombia…no, dai, scherzo ehehe). Risposta: nessun problema.

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Ci viene a prendere e ci lascia nelle mani di un ragazzino che ci farà da guida. Ci si incammina su una strada che si dipana verso l’interno e che dal villaggio, pian piano, si addentra nella foresta. Prima acciottolata, poi verde, poi le case cessano di esistere e ci si trova inghiottiti dalla foresta. Piena di frutti, di fiori e profumi. I primi ce li fa scoprire la nostra guida che, ogni due per tre, ci nomina un albero mentre ne raccoglie il frutto da farci assaggiare. Si avanza tra foglie e fango, su un sentiero che si stenta a riconoscere cinque metri più in la. Tratti dentro una intricata vegetazione, ruscelli, una vallata incontaminata e, dopo un’oretta abbondante, su un ripido pendio appare una capanna di pali di bambù dove altre persone erano intente a “pulire” le piante dalle parti non “utilizzabili”.

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Ci accoglie un ragazzo che ci spiega e ci mostra la piantagione facendo, in un certo senso, una bella operazione più di marketing che di vendita. Ci illustra come vengono curate le piante, come individuare i parassiti, quanto ci mettono a crescere in modo naturale e senza chimica…insomma una coltivazione biologica!

Si gode un panorama importante, siamo in alto e penso che poi ci tocca ridiscendere ed è molto ripido in alcuni tratti. Meno male che col sole, il fango si sta rapprendendo e non…inizia a diluviare. Questa volta, invece del solito acquazzone, una bella, lunga, abbondante pioggia che ha reso impraticabile il sentiero anche per un ungolato. Si attende, ma nulla, non accenna a smettere e si decide di provare lo stesso. Con una zappa, la nostra guida, ha scavato dei gradini per i tratti impossibili e, pian pianello.. ci siamo ritrovati in paese.

Gli abitanti sono cordiali, potrei azzardare un “amichevoli”, salutano sempre anche per le vie cittadine se incroci i loro sguardi. Un popolo che ancora adesso, nonostante le 17 chiese per un paese di 4000 persone, si reca a ingraziarsi, come gli antichi “Caribe”, il protettore della loro terra raffigurato su una pietra.

St. Lucia

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E’, diciamo per farla breve, una copia di St. Vincent (o viceversa), anche qui non abbiamo ancora avuto modo di visitarla in modo accurato, ma ci siamo lasciati cullare nella baia di Le Soufriere, appena prima della più famosa baia dei “Pitons”, due coni molto scenografici alti alti che incombono sul mare.

Effettivamente, la baia dei Pitoni è molto più carina, ma manca il paese, manca la vita del luogo. I ragazzi sfrecciano con le loro barche in legno con motorazzi da 80 e più cavalli; ti portano alla boa (qui è molto fondo, meglio la boa..), ti portano a terra e ti riportano indietro.

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Qui conosciamo Sylvester, le volte successive lo chiamiamo il giorno prima e lui ci tiene una boa vicinissima a riva (25 metri di fondo…), davanti al paese, di proprietà di un pescatore ben felice di intascarsi i 20 EC (circa 7 euro) al posto di 60 che chiedono delle boe “ufficiali”. Sylvester vive in “Baron Drive”, sul lungomare, suo fratello fa il taxista a terra per i turisti e tutti ci salutano con un “wellcome in Paradise”. Chiediamo a lui, quando lo incontriamo in Baron Drive, se effettivamente è consapevole di essere in un paradiso: risponde di si, anche se in tutta la sua vita non è mai andato oltre Bequia e Martinica. Fino a Cuba si è spinto “Michael Rasta” che vende braccialetti e collane ai turisti con prezzi variabili tra i 5 e i 20 euro la stessa collana a secondo del “turista”. Da lui, Monica, acquista dei semi, raccolti nella foresta appena dietro il paese per le sue prossime collane. Ci manca ancora molto da vedere sia qui che a St. Vincent.

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Purtroppo, per forza maggiore, non siamo riusciti a fermarci in Dominica, ma contiamo di farlo l’inverno prossimo quando torneremo in zona per finire le nostre esplorazioni.

Delle altre isole visitate non vi raccontiamo nulla, rimangono nello “standard” di cui tutti voi, o dal vivo o tramite gli spot delle “vacanze in barca a vela” siete già a conoscenza.

Da St.Lucia siamo poi salpati per raggiungere la prima delle isole ABC Antille Olandesi: Bonaire. Uno dei tre più famosi e bei posti al mondo per le immersioni. Una navigazione più lunga del pianificato dato che le previsioni, che di solito sottostimano, hanno toppato e faticavamo a

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tenere gonfie le vele.

Effettivamente qui l’acqua è tra le più belle che abbiamo visto: sembra la Sardegna! I pesci, invece, sono colorati, grandi e abbastanza numerosi. Noi, non avendo il brevetto sub, non ci siamo immersi a vedere il bello che questa isola offre, ma abbiamo gironzolato in questa lingua d terra con meno di 60 persone per Kmq, battuta dal vento e meta incessante di navi da crociera o di comitive di subacquei. Ci sono in giro più persone con le bombole in spalla (ci si immerge anche da riva) che gente con il cane a passeggio.

Servizi per i naviganti: zero. Solo boe a pagamento o un marina, non si può dar ancora e, se arrivi e non ci sono boe e il marina è pieno, son problemi. Belle le saline, come a Cagliari, il parco coi fenicotteri, meno numerosi che a Cagliari e il rifugio degli asinelli gestito e curato dalla signora Melis (glielo ho chiesto: non è sarda…).

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Da li, un piccolo salto di poche miglia e siamo arrivati a Curacao, altra isola dove si parla il Pipimento, lingua locale, lo spagnolo, l’inglese e l’olandese. Si può dare fondo in una ampia baia, in zone prestabilite, non ad minchiam, chiamata Spanish Water. Non c’è praticamente nulla. Un bar che “dovrebbe” essere un luogo di ritrovo dei naviganti alla fonda, ma è sempre vuoto (e ci credo coi prezzi che ha), è frequentato dai turisti, principalmente olandesi, che si stanno facendo una vacanza in uno dei tanti resorts. Anche qui, oltre alle raffinerie e silos petroliferi, la città vive dei turisti portati incessantemente dalle navi da crociera. Willemdstad è molto carina, case tutte colorate in stile Olanda, negozi e bancarelle di souvenirs, un ponte mobile di barche e due principali quartieri: Punda e  Outrabanda. Il secondo è quello più frequentato dai locali e…da noi.

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Sia qui che a Bonaire una notevole, se non invadente, presenza di cinesi con supermarket, lavanderie, negozi e quant’altro.

Ultima notizia: a Bonaire c’era, un tempo, un mercato della frutta rifornito da barche che arrivavano bi settimanalmente dal Venezuela e qui c’era il Floating market che era la stessa cosa, ma più in grande…bene… non ci sono più, dal Venezuela non arriva più nulla, non sappiamo da quando e se torneranno.

Ora basta, mai scritto tanto. Ci stiamo preparando per l’ultima tratta e, se le previsioni si mantengono tali, i primi di maggio si salperà alla volta di Cartagena de Indias dove il Jonathan, potrà riposarsi dopo aver giocato tra le onde per quasi 9 mesi.

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Forse il tratto più ostico, non per lunghezza (un poco meno di 500 miglia), ma per i due capi che dovremmo doppiare. Capo Galinas, sulla penisola della Guaijra, chiamato anche il Capo Horn dei Caraibi e il capo di Barranquilla con l’estuario del Rio Magdalena e i suoi bassi fondali.

Non potremo tenerci troppo al largo per via del mare che li è sempre molto agitato e dei venti sempre sostenuti con un fetch importante, ma nemmeno troppo sotto costa per via delle raffiche di ricaduta provenienti dall’entroterra; inoltre, sopra Barranquilla, la corrente del fiume, oltre a riversare nel mare molti detriti e tronchi, si scontra coi bassi fondali innalzando onde che simpatiche non sono…

Dovremo anche calcolare un arrivo con la luce all’entrata della baia di Cartagena, con marea crescente, ma non il sole negli occhi…qualcosa ci inventeremo 

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2 thoughts on “Windward Islands – Un inverno nelle isole sopravento

  1. E sempre un piacere leggervi … In pratica mi rendete “quasi” partecipe alle vostre avventure, piccole, e grandi che siano … E poi le storie di mare, barche, mi hanno sempre fatto sognare. saluti, e che il Dio Eolo sia sempre benevolo con voi.

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