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Attraversando l’Atlantico settentrionale

Traversata
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Ogni anno un numero considerevole di barche a vela solcano l’Atlantico settentrionale da est a ovest e viceversa, dunque, nulla di eroico in quanto ad impresa.

Diverso se consideriamo la faccenda dal lato personale di ogni singola persona con le sue ambizioni, sogni, paure, aspettative e motivazioni. Ognuno è una storia a se.

C’è chi attraversa l’oceano regolarmente per lavoro, chi lo attraversa per provare cosa significhi sentirsi in mezzo al mare tra un continente ed un altro senza nulla intorno, chi per una sfida con se stesso e chi, come noi, che principalmente lo abbiamo attraversato per “andare a vedere cosa c’è dall’altra parte”. Per cui in fondo, quasi uno sbattimento, se mi passate il termine, necessario ai fini del nostro viaggio.

E’ stato scritto di tutto e di più a riguardo le traversate atlantiche e di certo non ci facciamo un libro, ma vorrei condivedere con le persone che ci leggono, come l’abbiamo vissuto.

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Ero sicuro che avrei avuto tanto tempo per stare con me stesso a pensare e a rimirare il mare che di notte sotto la luna sembra argento vivo, ma invece, tra il fatto che eravamo in 6, che c’era sempre qualcosa da fare e cercar di riposare, di attimi così ne ho avuti pochi e non ho avuto tanto tempo per rendermi conto appieno di dove ero e di cosa stavo facendo. Una delle cose che ricordo maggiormente è lo sciabordio appena al di là dello scafo, a prua, mentre ero sdraiato nel buio della mia cuccetta, avvolto nel telo antirollio. A volte violento e completamente diverso a quello che sentivo in Mediterraneo. Come se tutto ribollisse e a cadenza più o meno regolare, arrivava la botta dell’onda sul fianco mentre cercavo di ascoltare tutto il chiacchiericcio delle sartiame e delle manovre che lavoravano e lavoravano senza sosta. Sono partito con mille e un pensiero, sopra di tutto quello dedicato ad Ambrogio, l’autopilota B&G che avrebbe dovuto tenerci in rotta praticamente per tutta la traversata. Non ne avevamo uno di rispetto e il pensiero di dover timonare, a turno, per circa 3000 miglia (2,933 alla fine) non mi lasciava tranquillo anche perché le onde in poppa erano, spesso e volentieri, di dimensioni ragguardevoli tanto che il Jonathan, quando le discendeva, toccava tranquillamente i 10, 11 nodi anche con vento relativamente debole. A bordo, oltretutto, in grado di timonare con questo mare eravamo solo in 4.

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Invece ha tenuto botta in modo egregio, la sua bussola giroscopica e la configurazione “downwind” (vento in poppa) utilizzata quando necessario, ci ha portato a destinazione senza problemi. Poi c’era il pensiero allo strallo di prua, che viene sollecitato non poco quando la vela sbatte per mancanza di un vento apparente sufficiente a tenerla gonfia… ho grattato il paterazzo e fischiettato più di una volta.. a seguire il pensiero di collidere con una balena, non un container, cosa di cui avrei giurato fosse la mia preoccupazione primaria, ma una balena. Probabilmente mi ha influenzato una barca che era in cantiere quando stavamo facendo carena che ha avuto proprio un abbordo con un cetaceo tra Lanzarote e Capo Verde.. insomma…i primi giorni ero decisamente teso e superstiziosissimo anche se sapevo che tutto era stato controllato e ricontrollato prima della partenza e che la preparazione del Jonathan si è susseguita senza praticamente sosta da quando lo abbiamo preso.

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Pochi tramonti degni di nota, sempre nuvole al’orizzonte che di notte, mano a mano che si procedeva verso ovest, si trasformavano in groppi, ma, per fortuna, mai violenti e sempre sotto controllo col radar. Di albe ne ho vista una, dato che le mie comandate non includevano l’orario del sorgere del sole. Tirando le somme: quasi sempre leggermente nuvoloso, sole sì, ma senza esagerare.

Buona parte del mio tempo lo dedicavo anche ai collegamenti radio per avere le informazioni da Sergio e i file grib (previsioni sul vento) che venivano poi caricati sul cartografico. Non sempre c’era propagazione per l’onda radio e dovevo provare e riprovare a diverse ore della giornata; comunque ci siamo collegati tutti i giorni tranne uno. Ogni 24 ore, poi, si faceva il punto sulla carta calcolando le miglia percorse e la velocità media tenuta.

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A differenza di tante testimoniamze che ho letto, io non ho mai fatto il calcolo di “quanto mancava”, ma solo di quanto avevamo fatto, tranne gli ultimi due o tre giorni. Paranoie a parte, che si sono affievolite man mano che passavano i giorni, io mi ci trovavo bene in mezzo all’oceano, godevo di quest’onda grande, ma buona e del fatto che non dovevo preoccuparmi di coste sottovento… acqua e viveri ne avevamo in abbondanza, il dissalatore ha fatto il suo dovere e tutti i sistemi di bordo hanno funzionato. Unica cosa: la prossima volta, vorrò a bordo un sistema di trasmissione dati di rispetto (oltre ad un attuatore del pilota automatico): la radio era l’unica cosa di cui potevamo disporre e ho pregato che non avesse avarie (navtex e weatherfax non si ricevono la in mezzo).

La navigazione in sé si è svolta tranquillamente, diciamo che bisogna abituarsi alle andature portanti, quelle col vento che spinge la barca e al rollio, a volte imbarazzante, causa di mal di mare tra l’equipaggio per i primi giorni. Noi siamo stati fortunati: tutti a bordo, chi più chi meno, si è normalizzato nel giro di poco. L’onda è notevole anche quando non si erge nei suoi massimi; rimane importante, lunga e maestosa. Si impara cosa vuol dire “una mano per te e una per la barca”… Ringrazio che il Jonathan sia provvisto di tientibene (appigli) ovunque e che la cucina, per come è stata realizzata, ha permesso di cucinare sempre in sicurezza.

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Il meteo, in definitiva, rimane la parte più importante di tutte. La traversata si fa in determinati periodi dell’anno quando i venti regolari in direzione ed intensità, gli alisei (o trade winds), sono più affidabili e gentili e la situazione generale sull’area oceanica è la più stabile possibile. Al contrario di quanti consigliano di portarsi vele da tempesta, ancore galleggianti e quant’altro, la preoccupazione maggiore è proprio quella di finire in aree di alta pressione dove di vento non ce ne è proprio…

Avere il modo di ottenere le previsioni per l’area di navigazione interessata giornalmente o al massimo in 48 ore e, soprattutto, avere qualcuno che da terra ci capisca e ti consigli la rotta migliore da seguire è praticamente fondamentale. Noi abbiamo utilizzato la radio SSB sia per ricevere i file grib dal centro NOAA e sia per ricevere e mandare le email al nostro preziosissimo contatto: Sergio Mistrorigo, che già seguì la rotta del Jonathan quando attraversò la prima volta.

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Le prime miglia da Lanzarote a Tenerife, dove ci siamo fermati per fare una cambusa degna di tale nome, sono state ancora sotto l’egidia di venti che non erano alisei, dai 25 ai 35 nodi e onda nervosa al lasco, cioè con vento che arriva non proprio di poppa. Traversata al fulmicotone con media alta e rinforzi quando ci siamo incanalati tra Gran Canaria e Tenerife dove abbiamo ridotto ulteriormente la velatura e abbattuto (cambiato direzione rispetto al vento in poppa) di notte. Talmente rapido il trasferimento che poi siamo stati fuori dal porto aspettando che albeggiasse e arrivasse qualcuno…

Da Tenerife in poi, siamo scesi di latitudine proprio per agganciare questi venti costanti che quest’anno ci aspettavano più a sud del previsto. Nonostante tutto e nonostante il periodo fosse più favorevole che a novembre, due giorni abbondanti di calma di vento li abbiamo presi anche noi. In compenso pochi groppi e medie alte in tutti gli altri giorni sino all’arrivo.

Vista la nostra inesperienza ed essendo la prima volta, con noi a bordo c’era Riccardo Tosetto. Allievo prediletto di Angelo Preden, simpaticissimo e professionista da 10 anni, ci ha insegnato tantissime cose sulla navigazione oceanica. Un ragazzo veramente in gamba.

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Due righe dedicate vanno sicuramente scritte a riguardo dell’equipaggio. 20 giorni di convivenza possono diventare un inferno. Se non si rispettano gli spazi, il carattere, le piccole manie e le necessità altrui, presto la situazione diviene insostenibile per quanto una barca sia grande. Ovviamente la difficoltà sta a fare in modo che tutti siano consapevoli e consci che il proprio “spazio” finisce dove inizia quello degli altri. Devo ringraziare tutto l’equipaggio che si è adoperato per far si che tutto questo non avvenisse e i 18 giorni sono volati.

L’oceano è una navigazione a sé, giorni e giorni sullo stesso bordo, ritmi scanditi dalle comandate (i turni) e dalle corvèe cucina, ma non si può mai abbassare la guardia. Non avete idea di come l’attrezzatura sia sottoposta ad un lavorio continuo, sempre nello stesso punto, 24 ore al giorno, senza un attimo di pausa. Anche se il vento è in poppa e, perciò, il vento apparente risulta essere minore di quello reale, gli sforzi sopportati dal Jonathan sono stati notevoli. Così, una notte (ovviamente sempre di notte), un colpo secco e il grillo della penna del genoa si è rotto, nonostante tutto sia stato controllato prima della partenza. La vela si è sfilata in un attimo finendo in acqua. Nulla di grave, recuperato a bordo, abbiamo aspettato la mattina per inferirlo di nuovo, ma, garantisco che, al buio, quando sono uscito in coperta, mi è venuto un coccolone perché pensavo che si fosse rotto lo strallo di prua… Per il resto tutto ok.

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La configurazione velica è stata praticamente sempre con randa ridotta di una mano e genoa tangonato. Due volte abbiamo issato il gennaker, nei giorni di poco vento, senza ottenere un gran che se non altro il fatto che il genoa, pesante, non sbattesse logorando lo strallo di prua. Abbiamo cambiato mura poche volte, operazione durata una decina di minuti e ridotto il genoa a causa groppi, spesso di notte. La randa, invece, è stata ridotta ulteriormente solo il giorno prima dell’arrivo quando ci aspettavamo un rinforzo sopra i 27 nodi. Nei primi giorni, quando non eravamo proprio col vento i fil di ruota, abbiamo utilizzato anche la trinchetta (un’altra vela di prua, inferita sul suo strallo apposito – strallo di trinchetta) insieme alla randa per aumentare il canale del vento.

Siamo atterrati a Bas du Fort a Guadalupa il 30 mattina alle 10 ora locale, dopo 17 giorni e 18 ore e 2930 miglia di oceano che ci separavano da Tenerife. Praticamente zero traffico commerciale su questa rotta, un paio di navi avvistate sull’AIS e un paio di barche a vela, sempre lontane.

Un grazie ancora a chi è stato con noi a condividere l’avventura: Riccardo, Angelo, Silvana e Francesco

E grazie a tutti quelli che hanno reso possibile questo viaggio: Sergio, Roberto, GianBiagio, Antonino, Luca & Sara e… qualcuno me lo dimentico di sicuro.

Il diario di bordo è pubblicato qui.

La mappa del viaggio qui

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